Da Milano al 53° Stormo: la storia del Capitano Vito Pozzi, ventenne tra le nuvole, sugli aerei più iconici dell’Aeronautica Militare Italiana

24 agosto 2026

Intervista a Vito Pozzi, a cura di Renato Alberio – Foto e documenti originali di Vito Pozzi.

Immaginate di cercare per mesi la storia perfetta, quella capace di far battere il cuore ad ogni appassionato di volo. Pensate alle lunghe ricerche per scovare un pilota che abbia sfidato i cieli a bordo di un G91, di un MB339, del leggendario F104 Starfighter. Poi vi guardate intorno e vi accorgete che quel pilota è seduto proprio accanto a voi, durante una normale riunione del club.

La straordinaria avventura del Capitano Vito Pozzi non era nascosta in un archivio segreto, ma era già in casa nostra, custode silenzioso di una giovinezza passata tra le nuvole e le macchine più iconiche di un passato militare che oggi cerchiamo negli hangar dei musei.

Allacciate le cinture: dalle selezioni d’accademia ai decolli immediati su allarme, vi portiamo dentro la cabina di pilotaggio di un ragazzo di vent’anni che ha fatto la storia della nostra Aeronautica Militare.

C’è un dettaglio, nel racconto del capitano Vito Pozzi, che vale più di mille descrizioni tecniche: quando l’Aeronautica Militare evacuò la sala mensa dell’Accademia di Pozzuoli durante il terremoto dell’Irpinia del 1980, lo fece per anzianità di grado. Prima uscirono gli allievi del terzo anno, poi quelli del secondo, poi i primini. Per ultimi, i cadetti del corso piloti di complemento, quelli come lui, arrivati da poco, ancora civili in divisa. “Eravamo quelli meno importanti”, racconta oggi Pozzi, con l’ironia bonaria di chi guarda quegli anni da una distanza ormai rassicurante. Ma dietro la battuta c’è tutta la sostanza di una storia che vale la pena raccontare per intero: quella di un ragazzo a cui, nel giro di sei anni, l’Aeronautica Militare affidò macchine sempre più veloci, sempre più pericolose, sempre più cariche di responsabilità fino a farne, letteralmente, la prima linea della difesa aerea italiana.

La passione nasce a scuola, la carriera per un bando di concorso.

Pozzi non è cresciuto in una famiglia di aviatori né ha avuto la classica illuminazione da un airshow. La sua è una passione più tecnica che romantica: nasce alle scuole medie con un semplice interesse per gli aeroplani, si consolida al liceo, diplomandosi all’ITIS Feltrinelli di Milano in Costruzioni Aeronautiche e trova la sua occasione concreta quasi per caso, dopo il primo anno di ingegneria, quando l’Aeronautica pubblica un bando per 100 posti da pilota di complemento, ferma di cinque anni. Pozzi partecipa, e viene ammesso.

È il novembre 1980. Il ragazzo che entra nel 96° corso AUPC (Allievi Ufficiali Piloti di Complemento) non è un futuro ufficiale di carriera: è uno dei tanti giovani selezionati con visite mediche a Napoli e due settimane di tirocinio all’Accademia Aeronautica di Pozzuoli, mescolato agli allievi dell’accademia classica destinati invece a una ferma di quattordici anni. Un dettaglio che tornerà, anni dopo, a segnare in modo curioso il suo destino. E proprio nei primi mesi a Pozzuoli arriva il battesimo del fuoco più inatteso: non un volo, ma un terremoto. Quello dell’Irpinia, 23 novembre 1980. L’edificio, antisismico, regge ma le oscillazioni sono forti, e quella sera a cena i cadetti scoprono, gerarchia alla mano, quanto pesa poco un complemento nella scala dei valori militari.

Latina, 1981: il giorno in cui un ragazzo qualunque diventa pilota.

Il primo vero contatto con il volo arriva a Latina, sul Siai Marchetti SF-260, il piccolo monomotore a elica da addestramento su cui l’Aeronautica seleziona (e spesso scarta) i propri futuri piloti. Pozzi non dimentica il suo primissimo decollo, comandi in mano per la prima volta in vita sua: l’aereo, invece di filare dritto, sbanda deciso verso il bordo pista. Nessuno gli aveva ancora insegnato, nei fatti, solo nella teoria, che serve il timone, il piede sulla pedaliera, per contrastare la coppia dell’elica. Un dettaglio tecnico minuscolo, la coppia giroscopica di un motorino a elica, che diventa il primo, piccolo terrore della sua carriera.

Ma è negli aneddoti minori che si capisce davvero cosa significasse avere vent’anni e giocarsi tutto, ogni giorno, su quella pista. Durante l’addestramento gli istruttori facevano fare moltissima acrobazia, non per gusto, ma per osservare le reazioni degli allievi sotto stress. Era una selezione mascherata da esercizio: dei cento ragazzi partiti con lui, dopo Latina ne restano una settantina. E la selezione non finisce mai, non fino all’ultimo giorno: “il nostro sogno poteva finire ogni giorno”, dice Pozzi, “e questo fino alla fine, anche il giorno prima di diventare piloti militari sul G91T”.

Immaginate cosa significhi vivere così per anni: sapere che ogni atterraggio imperfetto, ogni valutazione di un istruttore più o meno benevolo, può chiudere un sogno inseguito da adolescenti. E i suoi atterraggi, per sua stessa ammissione, erano sempre un po’ pesanti. Gli concedono due proroghe extra, fuori standard, prima del fatidico volo da solista.

Il giorno del decollo in solitaria, senza nessuno accanto a correggere gli errori, Pozzi è convinto di schiantarsi. L’atterraggio, invece, è così morbido che se ne accorge solo qualche secondo dopo essere già a terra: un sollievo fisico, viscerale, che racconta meglio di ogni statistica cosa volesse dire, per un ventenne, prendersi la responsabilità di una macchina costosissima.

Lecce 1982: il salto sui getti, l’Arrmacchi MB 326 e la selezione che non si ferma mai.

Il passaggio all’MB326 a Lecce segna il primo contatto con il motore a getto. Paradossalmente, Pozzi lo ricorda come un aereo “più semplice dell’SF260 da pilotare, nessuna caratteristica pericolosa, motore più lineare da gestire”. L’unica vera novità è la vestizione da combattimento vero e proprio: tuta anti-G, seggiolino eiettabile, casco e secumar (il giubbotto di salvataggio). D’estate, sudore garantito.

Ma la macchina della selezione non si ferma. Ogni esame è un esame eliminatorio. Chi non convince viene dimesso, nonostante missioni extra concesse per rimediare a eventuali lacune. Negli statini degli istruttori compare una voce, “potenziale” che misura non quanto un allievo sappia già fare, ma quanta fiducia riponga il sistema addestrativo nella sua capacità di migliorare. Un giudizio quasi esistenziale, affidato a persone che ti osservano volare per poche ore e decidono se il tuo sogno continua o finisce lì.

Amendola 1983: il Fiat G91T e il peso crescente della responsabilità.

Ad Amendola, con più di 120 ore di volo ormai alle spalle, il gruppo si sente più sicuro e infatti la falcidia rallenta: pochi vengono dimessi in questa fase, perché il setaccio ha già fatto il suo lavoro. Da cento aspiranti piloti, ne sono rimasti cinquanta. Il G91T, però, è tutta un’altra macchina rispetto all’MB326: più complicato, per stessa ammissione di Pozzi “più pericoloso”, con velocità maggiori e caratteristiche di stallo ben più insidiose.

Tutti, dice, hanno fatto fatica all’inizio. È qui che l’Aeronautica comincia anche a indirizzare gli allievi verso le diverse specialità: caccia, bombardieri, trasporti, elicotteri, in base non solo alle attitudini dimostrate, ma anche alle necessità dei reparti operativi.

Grosseto 1983: l’ingresso nell’élite, sull’aereo più temuto d’Italia, lo Starfighter.

E poi arriva lui: il Lockheed F104 Starfighter, lo Spillone, l’aereo di punta dell’intera difesa aerea italiana, tanto veloce quanto tristemente noto per gli incidenti che ne avevano segnato la fama. Pozzi non nasconde l’orgoglio di quel passaggio, ma la sorpresa più grande arriva quando, a differenza di quanto si potrebbe pensare, lo trova più facile da pilotare del G91T: parametri motore precisi, procedure chiare, un aereo stabile se pilotato dentro il proprio inviluppo di volo. Il primo volo da solista sul TF104G a Grosseto, paradossalmente, non lo emoziona quanto i precedenti: dopo due anni di addestramento continuo, è ormai un semplice passaggio macchina, direbbero i piloti.

Cameri 1983: il pilota militare

È il primo volo sull’F104S monoposto, a fine 1983, a Cameri, al 21° Gruppo, a segnare davvero la linea di confine: da quel momento non è più un allievo. È un pilota militare a tutti gli effetti, anche se, ammette con onestà, la vera confidenza con l’aereo arriverà solo dopo un centinaio di ore di volo, quando la condotta prevalentemente strumentale lascia il posto a una condotta a vista.

Vivere sull’orlo della Guerra Fredda, a vent’anni

È in questa fase che il racconto di Pozzi si allarga oltre la tecnica, e tocca il nervo più interessante per chi, come i lettori di questo blog, quegli anni li ha vissuti da fuori o non li ha vissuti affatto. L’F104 non era solo un aereo: era la punta di diamante della NATO in un momento di forte tensione Est-Ovest. Infatti, fino alla completa operatività del 18° Gruppo di Trapani i quattro gruppi intercettori del Nord (Rimini, Istrana, Grossoeto e Cameri) andavano a turno per due settimane a Sigonella e poi a Trapani per montare d’allarme per il sud Italia. Quando gli americani hanno bombardato Tripoli per eliminare Gheddafi il 14 -15 Aprile 1986 i Libici lanciarono due missili verso Lampedusa. Fu quello il periodo di maggiore tensione, la situazione era difficile da interpretare e tutti i reparti furono messi in allarme per diverso tempo prima che la situazione di normalizzasse. Un turno di tre giorni scandiva la vita dei piloti: ventiquattr’ore di allarme totale, un giorno di stand-by con due aerei pronti a decollare in trenta minuti, e un giorno libero. Decollare di allarme, (il decollo rapidissimo entro cinque minuti dal suono della sirena) dice Pozzi senza mezzi termini, era “eccitante e divertente” anche se il più delle volte si trattava soltanto di identificare un aereo sconosciuto nei cieli italiani.

In questo clima di preoccupazione Pozzi racconta uno Scramble da Sigonella: “prua sud, periodo in cui Gheddafi aveva lanciato missili su Lampedusa. Dopo il decollo a 37000ft il leader va supersonico e lo perdo di vista nelle nubi. Seguendo i bearing del radar sul target riscendo verso il mare. Nella foschia intravedo un aereo e penso sia il mio leader. Quando mi avvicino però vedo che ha le ali a geometria variabile (come i Mig 23 libici). Poi vedo che gli aerei sono due. Mi fiondo con il radar bello acceso come per dire – ehi sto arrivando – e fortunatamente li riconosco come due Tomcat americani. Mi avvicino per giocare provando a mettermi in coda a uno ma questo strizza la virata e me lo trovo dietro che mi punta con i cannoni, neanche coi missili. Il mio sacrificio però ha valso un successo del mio leader. I piloti dei Tomcat si stavano facendo delle grasse risate su di me e non si sono accorti che il mio capocoppia si era messo in coda ad uno. Abbiamo pareggiato”.

Ma la parte più toccante dell’intervista arriva quando si parla del prezzo pagato da quella generazione di piloti. Nei tre anni e mezzo passati al 53° Stormo, il gruppo di Pozzi, dodici aerei, dodici piloti operativi, perde quattro velivoli. Tre piloti riescono a lanciarsi in tempo. Uno no. Un rapporto di uno a tre, in un manipolo di appena dodici colleghi: una statistica che, scritta così, pesa più di ogni retorica sull’eroismo militare. E proprio per questo colpisce ancora di più la riflessione finale di Pozzi su quel periodo, a distanza di quarant’anni: “per il resto però bellissime esperienze, che forse oggi ritengo non abbia apprezzato abbastanza in quel periodo”. È la voce di chi, da giovanissimo, era troppo occupato a sopravvivere e a crescere per rendersi conto di stare vivendo qualcosa di irripetibile e lo capisce solo ora, guardandosi indietro. Eppure, tra tanta tensione, resta il calore umano: rapporti di squadra costruiti non sui gradi ma sul tempo condiviso, a terra e in volo, e un rispetto quasi naturale verso chi aveva più esperienza: la vera gerarchia informale di un reparto caccia.

Le vere guerre, quelle balcaniche, sarebbero arrivate solo negli anni ’90, quando lui si era già congedato. Il clima, semmai, era fatto di ironia da caserma: i ricognitori F104G di stanza a Villafranca venivano soprannominati, tra le malelingue dei reparti, “l’aeroclub più veloce d’Italia”.

Lecce 1987: da pilota a istruttore, per un errore burocratico.

Il capitolo Lecce 1987, sull’MB339, è forse il più curioso di tutta la carriera di Pozzi, perché nasce da un equivoco. Gli istruttori dei corsi avanzati arrivavano quasi sempre dai reparti operativi, spesso i più giovani, e il trasferimento cioè lasciare il proprio gruppo, la propria vita da pilota da caccia, per tornare sui banchi come formatore, non era mai una destinazione desiderata. Pozzi avrebbe dovuto essere solo precettato per un breve periodo di insegnamento ma per un disguido burocratico, invece, si ritrova a fare l’intero corso istruttori. Doveva finire ad Amendola sul G91T, ma preferisce scambiarsi il posto con un collega pur di restare a Lecce. Il colpo di scena arriva alla fine dell’abilitazione: gli comunicano che tutto il corso era stato, appunto, un errore, e che avrebbe potuto restare a Cameri. Ma ormai è istruttore qualificato, trasferibile in ogni momento e sceglie comunque di restare a Lecce a insegnare. Vi rimane però solo una settimana, perché arriva la chiamata che gli cambierà la vita: quella di Alitalia. Del volo sul piccolo MB339, in quella breve parentesi, conserva comunque un ricordo affettuoso: “mi sembrava di stare su un giocattolino dove si poteva fare qualsiasi manovra senza alcun pericolo”. La leggerezza, forse, di chi ha già lasciato alle spalle il peso vero, quello dell’F104. E proprio all’F104, tra tutti gli aerei pilotati, Pozzi riserva il posto speciale nel cuore. Non il più maneggevole, anzi, ma il più potente: capace di salire a 37.000 piedi in due minuti, di sorvolare le Alpi in un attimo grazie all’esubero di spinta del postbruciatore. Bastavano diecimila piedi di quota per un looping senza tirare troppo. “Si poteva andare ovunque”, dice ancora oggi, ed è forse la frase che racchiude meglio l’innamoramento di un pilota per la propria macchina.

Il salto nel volo civile: un’occasione da non perdere.

La chiamata di Alitalia non arriva per caso: Pozzi aveva sostenuto le selezioni della compagnia già due anni prima. Racconta con precisione un dettaglio poco noto di quegli anni: esisteva un tacito accordo informale tra Aeronautica Militare e Alitalia, nato per arginare i forti esodi di piloti militari verso il civile avvenuti negli anni ’70. Chi si congedava di propria iniziativa per passare ad Alitalia rischiava di restare bloccato; ma se era la compagnia a chiamare direttamente, il congedo veniva concesso senza intoppi. La scelta, per Pozzi, non è affatto casuale. Come pilota di complemento, non aveva, né voleva, una carriera militare a vita: prima o poi avrebbe dovuto appendere i comandi al chiodo, forse già tra i 35 e i 40 anni. L’offerta Alitalia significava invece continuare a volare fino ai sessant’anni. Un’occasione, dice con chiarezza, “che non ho potuto perdere”.

Cosa resta, di tanti anni tra i caccia e le linee di lungo raggio.

Chiediamo a Pozzi cosa si porta dietro, del pilota militare, nel pilota di linea che è diventato. La risposta è precisa e priva di nostalgia gratuita: il pilotaggio manuale imparato sui caccia gli ha dato più sicurezza sugli aerei di linea meno assistiti dall’elettronica, come l’MD80 o l’A300; sui velivoli moderni, guidati dai computer, serve invece meno abilità manuale pura, un fatto che lui stesso giudica positivamente per la sicurezza operativa del trasporto passeggeri.

Sulle emergenze, il confronto tra i due mondi è illuminante. Da militare, un’emergenza era spesso questione di vita o morte, e il lancio con il seggiolino eiettabile l’unica via di scampo, senza i simulatori che oggi esistono anche in ambito militare. In campo civile, invece, l’addestramento alle emergenze è affidato in modo sistematico e sofisticato ai simulatori:

Pozzi racconta, come esempio, che il suo ultimo passaggio di abilitazione sull’Airbus A330 lo ha svolto interamente al simulatore, salendo sull’aereo vero solo per un normale volo di linea Roma–Boston, in addestramento con un equipaggio pronto ad assisterlo. Da civile, aggiunge, ha dovuto imparare moltissimo sulla gestione dell’equipaggio, della macchina e dei passeggeri: un apprendimento che, dice, è durato fino all’ultimo volo di carriera.

Dal Libro dei Ricordi

Tutti gli Aerei e i Piloti per i 40 anni del 96° Corso A.U.P.C. Zenith dell’Aeronautica Militare

Oggi il capitano Vito Pozzi è in pensione. Si dedica alla casa, al giardino, ai nipoti, alla famiglia. Non frequenta più l’aeroclub. Ma nelle sue parole, in questa intervista, restano intatti tutti i dettagli tecnici ed emotivi di una generazione di ragazzi che a vent’anni si sono ritrovati a pilotare i simboli stessi della difesa aerea italiana, imparando sul campo, aereo dopo aereo, cosa significasse davvero portare la divisa e proteggere la propria Nazione.

Un ringraziamento speciale al capitano Vito Pozzi per la disponibilità, la generosità e l’umiltà con cui ha condiviso i suoi ricordi, socio tra i soci dell’ 8° Club Magiche Frecce Tricolori.

Fonti Originali Vito Pozzi e archivio 8° Club Magiche Frecce Tricolori

From Milan to the 53rd Wing: the story of Captain Vito Pozzi, a twenty-year-old in the clouds, on the most iconic aircraft of the Italian Air Force.

Vito Pozzi’s aviation career began in November 1980, when he was admitted to the Italian Air Force’s 96th AUPC reserve pilot course after passing selection for 100 spots. During his first weeks of training at the Pozzuoli Air Force Academy, the November 23, 1980 Irpinia earthquake struck, and cadets were evacuated strictly by seniority — reserve trainees like Pozzi went last. In 1981 he flew his first aircraft, the SF-260 propeller trainer, at Latina, where roughly 30% of the original 100 candidates were washed out. In 1982 he moved to Lecce for jet training on the Aermacchi MB-326, then in 1983 to Amendola for the more demanding Fiat G91T — by this stage only 50 of the original 100 remained. Later in 1983 he reached Grosseto to train on the Lockheed F-104 Starfighter, and by year’s end, at Cameri with the 21st Group, he became a fully operational fighter pilot flying the single-seat F-104S. Through the mid-1980s he served on NATO air-defense alert duty, rotating through Sigonella and Trapani; he recounts a tense scramble during the April 1986 US bombing of Tripoli, when Libya fired missiles toward Lampedusa. Over three and a half years with the 53rd Wing, his twelve-aircraft unit lost four F-104s — three pilots ejected safely, one did not. In 1987 a bureaucratic mix-up sent him to Lecce as an MB-339 flight instructor instead of back to operational flying; within a week, though, Alitalia’s call came, and he transitioned to civil aviation, eventually flying the MD-80, A300, and A330 until retirement.


CAMERI OPEN DAY

16 agosto 2026

(Foto e testo a cura di Massimo Vigo)

Sabato 23 maggio 2026 l’Aeroporto Militare di Cameri (NO) ha aperto le porte alla cittadinanza in occasione dell’Open Day, un evento pensato per avvicinare il pubblico alla realtà operativa, tecnologica e umana dell’Arma Azzurra. L’iniziativa rappresenta anche un momento di apertura e condivisione, per conoscere meglio i valori di professionalità, impegno e servizio che quotidianamente guidano l’operato del personale dell’Aeronautica Militare, al servizio del Paese.

Il pubblico ha avuto la possibilità di visitare due macroaree, collegate con servizio navetta interno, quella storica e quella operativa.

Il percorso storico era costituito dal parco velivoli storici e da uno spazio museale arricchito con cimeli e reperti aeronautici cha hanno fatto la storia dell’Arma Azzurra.

T6

T33

Il trio G91T, G91Y, G91R

F86K

RF84F

F104G

Tornado

Modelli nello spazio museale

Nell’area operativa era invece possibile vedere l’esposizione statica dei principali velivoli dell’Aeronautica Militare, provare i simulatori di volo e vedere le dimostrazioni di aeromodelli.

Eurofighter Typhoon del 36 stormo di Gioia del Colle

Tornado del Reparto Sperimentale Volo di Pratica di Mare

Eurofighter Typhoon Special Color Tiger Meet del 36 stormo

T345 del 61 stormo di Galatina

HH101A del 9 stormo di Grazzanise

The military statics included F2000A, Tornado, M345, HH101A

Eurofighter Typhoon in manutenzione

On Saturday, May 23, 2026, the Cameri Military Airport (NO) opened its doors to the public for Open Day, an event designed to introduce the public to the operational, technological, and human aspects of the Italian Air Force. The initiative also represents a moment of openness and sharing, to better understand the values ​​of professionalism, commitment, and service that guide the daily work of Italian Air Force personnel in serving the country.

The public had the opportunity to visit two main areas, connected by an internal shuttle service: the historical area and the operational area.

The historical route consisted of the fleet of historic aircraft and a museum space enriched with aeronautical relics and artefacts that have shaped the history of the Air Force: T6. T33, G91T, G91Y, G91R, RF84F, F86K, F104G, Tornado.

In the operational area it was possible to see the static display of the main aircraft of the Air Force, try out the flight simulators and see demonstrations of model aircraft.


Guida allo spettatore perfetto

11 agosto 2026

La stagione acrobatica 2026 è nel suo periodo centrale e per ogni appassionato o socio del Club il momento del “decollo” porta con sé la stessa domanda: come organizzarsi per non perdere nemmeno un incrocio?

Che tu sia un veterano delle basi aeree o un neofita al suo primo Airshow, ecco la nostra guida definitiva per goderti lo spettacolo della Pattuglia Acrobatica Nazionale (PAN) in totale comfort e con le foto migliori.

1. Pianificazione: Il Calendario e il “Meteo Aeronautico”

Prima di partire, la parola d’ordine è verifica.

  • Controlla i canali ufficiali: Le date possono subire variazioni per motivi tecnici o meteorologici. Consulta sempre il sito dell’Aeronautica Militare e i canali social del nostro Club.
  • L’importanza del Meteo: Un Airshow non viene annullato solo per la pioggia, ma anche per la “soffitto delle nubi” basso. In caso di nuvole basse, le Frecce eseguono il “programma basso” o “piatto”, eliminando le manovre verticali come la Bomba.

2. Il Kit di Sopravvivenza dell’Appassionato

Passare 6-8 ore sotto il sole (o il vento) richiede l’equipaggiamento giusto:

  • Protezione Uditiva: Fondamentale, specialmente per i bambini. I motori dei MB-339 sono musica per le orecchie, ma a lungo andare possono affaticare.
  • Power Bank: Tra video e foto, la batteria dello smartphone si esaurisce prima del “Gioni 4”.
  • Binocolo: Per ammirare i dettagli della formazione durante le virate larghe, lontano dalla linea di pubblico.
  • Acqua e Protezione Solare: Sembra scontato, ma sul cemento delle piste o sulla sabbia il riverbero è altissimo.

3. Consigli per Fotografi (anche da Smartphone)

Non serve una reflex da migliaia di euro per un buon ricordo, ma servono questi accorgimenti:

  • Segui la scia: Non puntare solo l’aereo, ma inquadra il fumo tricolore per dare il senso del movimento e della geometria.
  • Luce a favore: Se possibile, posizionati in modo da avere il sole alle spalle o di lato. Evita il controluce diretto che renderebbe gli aerei delle semplici sagome nere.
  • Modalità Raffica: È l’unico modo per catturare l’istante esatto dell’incrocio del Solista.

4. L’Etichetta del Socio del Club

Partecipare come Club significa rappresentare una passione comune.

  • Punto di ritrovo: Cerchiamo di radunarci tutti nello stesso settore (spesso segnalato dalle nostre bandiere).
  • Condivisione: Se scatti una foto memorabile, caricala nel nostro gruppo Facebook o taggaci su Instagram!

Il consiglio dell’esperto: Arriva sul luogo dell’evento almeno 3 ore prima dell’inizio previsto. Il traffico e i controlli di sicurezza possono essere intensi, e perdere il decollo della formazione è un peccato che un vero appassionato non può commettere.


Reportage Ramstein Flag South 2026 – Albacete Spagna

28 luglio 2026

(Foto e testo by Angelo Bottazzi)

Si è svolta tra l’8 ed il 18 Giugno 2026 l’esercitazione aerea Ramstein Flag 2026 (RAFL 26).

Organizzata dal Comando Aereo della NATO (AIRCOM) con sede a Ramstein in Germania, quest’anno per la prima volta si è sviluppata in due aree operative simultanee: Europa nord-occidentale ed Europa sud-orientale. Questa grande esercitazione aerea ha coinvolto forze provenienti da 18 nazioni alleate in tre aree operative congiunte, dalla Norvegia settentrionale alla Spagna meridionale. Oltre 170 velivoli e mezzi aerei sono stati dislocati in 20 basi operative principali in Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia e Spagna in qualità di nazioni ospitanti. Il focus principale dell’esercitazione era di perfezionare tattiche e procedure congiunte tra le forze aeree Nato e di rafforzare l’impegno difensivo dell’Alleanza in materia di deterrenza, difesa e protezione del territorio e dello spazio aereo.

Gli equipaggi si sono addestrati in scenari ad alta minaccia aerea e terrestre, mettendo in atto procedure miranti a contrastare forze aeree di pari livello, nonché una difesa aerea e missilistica integrata. A questa attività ha partecipato anche l’Aeronautica Militare Italiana con l’impiego di F-35 del 6° Stormo di Ghedi e del 32° Stormo di Amendola dislocati nella base di Orland, in Norvegia, e aerei Tornado del 6° Stormo di Ghedi dislocati nella base aerea di Albacete in Spagna.

Nel 2025 avevamo assistito alle operazioni di volo nella base di Leeuwarden in Olanda, dove erano concentrati la maggior parte degli assetti di quinta generazione. Quest’anno decidiamo di puntare “sull’antico” e di assistere alle operazioni della Ramstein flag South, che si sono svolte prevalentemente partendo dalla Base di Albacete Llos Lanos, nel cuore della regione della Mancha.

Le ragioni sono molteplici: il clima molto più favorevole rispetto al grande nord, i costi che nelle nazioni nordiche sono elevati, la conoscenza del territorio, dal momento che ad Albacete siamo di casa perché è noto che su questa base viene organizzato il TLP a cui abbiamo assistito varie volte. Avevamo creduto, e come noi diversi appassionati di varie nazioni che abbiamo trovato intorno alla base, che alla divisione in due aree geografiche distinte corrispondesse una equanime partecipazione di mezzi aerei, ma così non è stato.

Il viaggio però ormai era organizzato e abbiamo fatto di necessità virtu’. Sapevamo già che normalmente nelle Ramstein Flag le operazioni si concentrano al pomeriggio, a volte anche tardo, con la pianificazione di una sola missione di lunga durata, con l’impiego prevalente di rifornimento in volo e che quindi saremmo stati disoccupati per buona parte del mattino e del primo pomeriggio. Ci siamo perciò in anticipo accordati con una associazione locale che ci ha messo a disposizione dei capanni fotografici, di loro gestione, per l’osservazione dell’avifauna locale che, data la complessità degli ambienti della regione, è molto più diversificata rispetto alle nostre zone di caccia fotografica. 

La cosa ha funzionato, non ci siamo annoiati e ogni giornata è stata dedicata alla ripresa di tutto ciò che vola nell’aria, pennuti al mattino ed aerei al pomeriggio, mantenendo bella calda la nostra attitudine allo scatto.

La base aerea di Albacete ospita l’Ala 14 dell’Ejército del Aire y del Espacio e comprende il 141° e il 142° Escuadron, quest’ultimo membro ufficiale della NATO Tiger Association; entrambi i reparti sono equipaggiati con i caccia multiruolo Eurofighter Typhoon, denominati C.16 in Spagna.

Per la Ramstein sulla base erano schierati per l’Italia cinque Tornado del 6° stormo, 155° gruppo Pantere Nere, provenienti dalla base di Ghedi, call sign Pante, tre ECR e due IDS (6-43, 6-74, 6-101, 6-21, 6-22).

La Grecia era presente con quattro F16C/D Block 72 del 337 Mira, in forza al 110° Combat Wing, provenienti dalla base di Larissa, call sign Ghost. In effetti sul timone di coda campeggiava un fantasma stilizzato che stringe in entrambe le mani un missile a lungo raggio, a riuscire a distinguerlo, data la colorazione “molto vissuta” di tutti gli aerei dell’aviazione greca.

In supporto agli ospitanti Efa dell’Ala 14 erano dislocati a Llos Lanos alcuni Eurofighter del 462 Escuadrón Halcones, parte dell’Ala 46, reparto misto con Efa ed F18, che qua non erano presenti, provenienti dalla base di Gando a Gran Canaria, nonché alcuni Efa dell’Ala 11 provenienti dalla base aerea di Moron de la Frontera; call sign Cico per l’Ala 14 e Cardo per l’Ala 46 e 11. In totale il parco volante giornaliero ha raggiunto il numero massimo di sedici aerei, di cui quattro Tornado, quattro F16 e otto Efa, in effetti non un granché per una sbandierata Ramstein Flag South con tanto di patch dedicata con il toro che campeggia sopra il simbolo della Nato, quando in realtà non era che una piccola appendice di una esercitazione che comprendeva quasi 200 aerei. Riteniamo, da informazioni avute in loco, che alla South partecipassero anche gli F18 dell’Ala 15 di Saragoza, ma decollando dalla loro base, oltre ovviamente ai tanker di supporto alle missioni. Il tempo si è mantenuto ampiamente soleggiato con un vento significativo, una costante ad Albacete che è situata su un altopiano pianeggiante intorno ai 700 metri di quota circondato da montagne che raggiungono i 2000 metri, di direzione costante nord-nord ovest, quindi abbastanza laterale, ma non così contrario da impedire l’uso della pista 27, sia per i decolli che per gli atterraggi.

Questa pista è la più favorevole per le foto dall’esterno perché i decolli si fanno comodamente dalle panchine del parco, presente all’interno dell’area aeroportuale civile ed industriale (stabilimento Airbus), mentre gli atterraggi sono riprendibili dalla strada principale che interseca il sentiero di discesa, oppure e meglio dalla stradina in terra battuta che corre parallela alla carrozzabile, ma più verso la testata pista; data la presenza di colture ancora in atto l’area di azione era un poco più limitata ma comunque facilmente gestibile.

Abituati come siamo alle riprese nel tardo mese di settembre, quando si tiene il corso estivo della Tlp, la luce era molto diversa, l’atmosfera più calda ed il sole ancora alto quando venivano all’atterraggio creavano ombre molto più dure, fisicamente si stava bene per la brezza costante, ma la luce era ben peggiore.

La missione pomeridiana partiva in una finestra tra le 14.40 e le 15 con una durata di tre ore circa, quasi sempre dopo un rifornimento in volo, abbiamo sentito più volte i piloti chiedere al controllore conferma della posizione del tanker.

Solo un giorno i controllori ci hanno fatto arrabbiare fornendo ai piloti la pista in uso in modo contraddittorio ed obbligandoci ad una corsa avanti ed indietro tra le testate pista, ma alla fine abbiamo indovinato il verso giusto, tra l’altro solo noi, risultato abbiamo perso tre aerei atterrati dal lato opposto ma ne abbiamo preso tredici dal nostro lato quindi è andata bene così.

Adesso aspettiamo di conoscere i partecipanti alla Tlp di fine settembre e se sono interessanti vediamo se riusciamo a programmare un ritorno, anche perché in Italia quest’anno c’è molto poca attività di rilievo.

So, from June 8 to 18, 2026, there was this big NATO air drill called Ramstein Flag 2026, happening for the first time in two regions simultaneously: Northwest and Southeast Europe. It involved 18 allied nations with over 170 aircraft operating from 20 bases in places like Denmark, Norway, and Spain. The aim was to improve joint tactics among NATO air forces and bolster defense strategies. The Italian Air Force participated with Tornado and F-35 jets. Despite some hiccups in participation and scheduling, everything turned out well, and they even got to enjoy local birdwatching between missions!


L’8° Club Magiche Frecce Tricolori in visita a Cascina Costa dove l’Italia imparò a volare in verticale

11 luglio 2026

(foto e testo a cura di Renato Alberio)

A Cascina Costa di Samarate, lungo una strada che porta ancora il nome di Giovanni Agusta, sopravvive intatto un pezzo fondamentale dell’industria aeronautica italiana: il Museo Agusta e la Villa Agusta.

Il valore di chi c’era

Il vero valore di questa visita non è solo ciò che si vede, ma chi lo racconta. Giorgio Vismara (flight test engineer e responsabile linea volo) e i colleghi volontari del Gruppo Lavoratori Seniores che ci hanno accompagnato non sono guide nel senso convenzionale del termine: sono testimoni. Hanno lavorato in quelle officine, hanno conosciuto le persone che compaiono nelle fotografie, hanno firmato i documenti e i tabelloni storici, ricordano il rumore delle linee di montaggio. Quando spiegano come funziona una trasmissione o perché una certa soluzione tecnica fu adottata, lo fanno con la precisione di chi quella soluzione l’ha maneggiata con le proprie mani. La luce nei loro occhi nel raccontare la storia della “loro” azienda è un patrimonio immateriale che va rapidamente esaurendosi, e che il Museo Agusta sta cercando, encomiabilmente, di preservare prima che si disperda

La Villa: una casa che custodisce la memoria di un’epoca

All’ingresso la storia dei proprietari si presenta sotto forma di fotografie d’epoca del 1951 della famiglia Agusta, con Vincenzo, Giovanni, Giuseppina, Domenico e Mario quasi ad accoglierti e, nelle sale che si aprono lungo il corridoio centrale, decine di quadri a tema aeronautico, riconoscimenti e onorificenze.

Quando ti ritrovi a camminare in una dimora del 1935 che è sopravvissuta alla guerra, al dopoguerra e alle trasformazioni industriali del Novecento, conservando ancora la sua pianta originale, la sua atmosfera, il suo carattere, non puoi non immaginare i protagonisti di quella fantastica epopea del volo verticale discutere le innovazioni tecniche e scambiarsi opinioni ed idee.

La struttura quadrata si sviluppa su due piani, e anche se gli arredi originali sono andati perduti, il restauro ha cercato di restituire a ogni stanza una sua identità: non un museo sterile, ma qualcosa di più vicino a una casa vissuta, dove ogni angolo racconta qualcosa.

L’elemento che lascia davvero senza fiato diviso in diverse stanze è l’archivio. Raccolte complete del Corriere della Sera degli anni Quaranta, libri ed Enciclopedie Aeronautiche.

Ma il vero tesoro del museo, diluito negli altri locali dove, perfettamente conservati, trovano spazio migliaia di documenti: disegni tecnici, fotografie, pellicole, diapositive e videotape che risalgono agli anni Sessanta. Un patrimonio che non è solo aziendale, ma storico nel senso pieno della parola: qui si documenta come l’Italia del dopoguerra, partendo da zero e senza grandi aiuti economici, abbia costruito un’industria elicotteristica capace di competere con i più grandi del mondo. L’opera instancabile dei volontari che restaurano, catalogano e riportano in vita questi preziosi documenti ha un valore inestimabile.

Al piano interrato si nasconde forse il dettaglio più sorprendente: l’ex sala cinema, dove campeggia un proiettore originale da 35 mm e dove oggi sono conservati oltre 20.000 disegni tecnici di velivoli, elicotteri e aerei che hanno fatto di Varese quella che non a caso viene chiamata la provincia con le ali.

Salendo al primo piano, l’atmosfera si fa ancora più intima. Tra immagini originali e uno scritto di Gabriele d’Annunzio dedicato a Gaspare Bolla (pioniere dell’aviazione ed eroe) si raggiunge la sala cimeli del Conte Agusta, l’archivio fotografico e la cineteca, un insieme di materiali che restituisce il ritratto di un imprenditore visionario, Domenico Agusta, che in un’Italia ancora a e priva di infrastrutture decise comunque di scommettere sull’ala rotante.

Questo Campo di Cascina Costa la Giovine Italia Alata dedica al nome e all’esempio di Gaspare Bolla cavaliere perdutissimo che parve con l’impennata estrema del suo Cavallo raggiungere negli astri della Patria i più alti Eroi dell’ala sanguinosa.

G d’Annunzio

E per finire, all’esterno della villa, splendidamente conservata, l’automobile Osca 1600 GT Coupè dei fratelli Maserati, costruita con la Società Meccanica Verghera Agusta nel 1964.

Il Museo: dove l’ala rotante tocca il suolo

Entrando nella sede museale vera e propria, la prospettiva cambia. Se la Villa è la memoria, il Museo è la concretezza: qui gli elicotteri si possono vedere, toccare e capire.

E la nostra guida Maurizio Micheletto che conosce ogni bullone di queste macchine, trasforma quella che potrebbe essere una visita in una conversazione con l’evoluzione della storia industriale italiana.

Il percorso del museo comincia dalla sala dove decine pannelli ripercorrono le tappe fondamentali dell’azienda: dal primo volo sperimentale del 1907 firmato da Giovanni Agusta, pioniere dell’aviazione di origini siciliane, fino al grande salto del 1952, quando Domenico Agusta firma con la Bell Aircraft Corporation l’accordo che cambierà tutto.

È la prima licenza europea per la costruzione del Bell 47 — il mitologico elicottero dalla cabina a bolla di plexiglas e da quel momento Cascina Costa non sarà più la stessa. Solo due anni dopo, il 22 maggio 1954, il collaudatore Ottorino Lancia porta in volo il primo Agusta-Bell 47G. Nel 1956, sono già cento gli esemplari consegnati in tutta Europa.

Fa bella mostra di se anche l’AB139 AC/2, secondo prototipo volante del celebre programma 139. Entrato in servizio come macchina sperimentale per la certificazione, ha effettuato il suo primo volo il 4 giugno 2001.

Ma il pezzo più prezioso, quello che vale da solo la visita, è esposto nella sezione tecnologica: l’A103, l’unico esemplare rimasto al mondo di questo piccolo elicottero monoposto, interamente costruito con pezzi italiani, motore compreso. È un oggetto di una leggerezza estrema, 211 chili a vuoto, cabina a bolla, pattini d’atterraggio che decollò per la prima volta il 30 settembre 1959, pilotato ancora una volta da Ottorino Lancia. In quegli anni Agusta stava dimostrando che non bastava costruire elicotteri su licenza altrui: bisognava imparare a progettarli da sé. L’A103 non raggiunse mai la produzione in serie, ma non era questo il suo scopo, era un banco di prova, una scuola, il modo con cui un’intera generazione di tecnici italiani imparò a pensare in verticale.

Proseguendo nella visita si trovano altri protagonisti di questa storia: il pannello strumenti e le trasmissioni funzionanti dell’EH101 (un pezzo ingegneristico di rara complessità), il mozzo del rotore principale, le pale costruite con materiali compositi.

All’esterno, esemplari in scala reale completano il panorama e offrono l’opportunità di un confronto diretto tra generazioni diverse di ala rotante — un’evoluzione tecnologica che in pochi decenni è passata da 83 cavalli e 153 km/h dell’A103 ai sistemi avanzati della produzione attuale, oggi sotto il marchio Leonardo. AW149,    AW 109, AW 109 POWER, e poi l’A129 Mangusta, primo elicottero da combattimento progettato e costruito interamente in Europa, su cui è possibile verificare dal vivo i principi dei comandi di volo. Volò per la prima volta l’11 settembre 1983 — una data che all’epoca non aveva ancora altre risonanze, e che in quel hangar di Cascina Costa significava semplicemente: ce l’abbiamo fatta

L’ala fissa che non ti aspetti: Caproni e SIAI Marchetti

Chi entra al Museo Agusta pensando di trovare solo elicotteri riceve una sorpresa gradita: il racconto di Cascina Costa non può prescindere da due nomi che hanno scritto pagine fondamentali della storia aeronautica italiana. Le origini del Gruppo Caproni risalgono al 1913, quando Gianni Caproni realizzò il suo stabilimento nella brughiera di Malpensa a Vizzola Ticino — a pochi chilometri da qui, in un territorio che già allora stava diventando il cuore pulsante dell’aviazione nazionale. La fortuna industriale della Caproni cominciò nel 1915 con i famosi bombardieri trimotori impiegati nella Prima Guerra Mondiale, proseguendo fino al 1945 con la realizzazione di ben 170 progetti diversi. Un’epopea che il museo restituisce attraverso modellini in scala di straordinaria precisione, eliche in legno, filmati d’epoca e visualizzazioni grafiche che aiutano a capire la portata di un’industria che, solo in Lombardia, arrivò a controllare quattro stabilimenti con venticinquemila dipendenti. Tra i cimeli la deriva verticale del Caproni CA 100 del 1928

Accanto a Caproni, c’è la SIAI Marchetti e anche qui la storia è densa di capitoli memorabili. Nel 1922 Alessandro Marchetti assunse la direzione tecnica dell’azienda, trasformandola nella Società Italiana Aeroplani e Idrovolanti e avviando la produzione di velivoli di prim’ordine: prima l’S.51 per il Trofeo Schneider, poi, nel 1923, l’S.55 l’idrovolante bimotore con la caratteristica fusoliera bifiancata che diventerà celebre in tutto il mondo grazie alle trasvolate atlantiche di Italo Balbo. Nel 1969 Agusta acquisì la SIAI, trasferendovi l’assemblaggio di elicotteri medi e pesanti e rilanciando la produzione aeronautica. Un cerchio che si chiude: due storie diverse, due anime diverse dell’aviazione varesina, confluite alla fine sotto lo stesso tetto prima industriale, ora museale

La sezione tecnologica: quando i motori raccontano il tempo

Motori, rotori, trasmissioni: nella sezione tecnologica il museo mostra l’altra faccia della medaglia, quella che di solito resta nascosta sotto le cappottature o dentro le gondole. Qui si capisce davvero come funziona un elicottero, non attraverso spiegazioni astratte, ma guardando da vicino oggetti che hanno effettivamente volato o che sono stati costruiti per farlo.

È possibile vedere l’evoluzione del volo verticale attraverso diverse sezioni che mostrano gli sviluppi tecnologici delle trasmissioni degli elicotteri, il design e la ricerca sui materiali. Di particolare impatto la trasmissione funzionante dell’EH101 un sistema di riduzione e distribuzione del moto che, nella realtà operativa, deve sopportare le sollecitazioni di un elicottero pesante da oltre 14 tonnellate. Vederla da fermo, smontata nei suoi componenti e spiegata nel suo funzionamento, è un’esperienza che cambia il modo di guardare questi velivoli anche da lontano. Stesso discorso per il mozzo del rotore principale, un oggetto che nella sua complessità meccanica racconta decenni di ricerca ingegneristica. I motori esposti aeronautici di diverse epoche, ciascuno testimone dei progressi compiuti nel settore permettono di fare un confronto diretto tra generazioni: da soluzioni a pistoni degli anni Cinquanta fino alle turbine che hanno trasformato l’elicottero da macchina sperimentale a strumento operativo affidabile. È uno di quei percorsi in cui il visitatore capisce, quasi senza accorgersene, perché certi traguardi siano stati così difficili da raggiungere

Il simulatore: sedersi ai comandi, almeno per un momento C’è un momento nella visita in cui la storia smette di essere solo da guardare e diventa letteralmente da provare. Grazie a un simulatore è possibile provare a pilotare un elicottero, Un elicottero non si pilota come si potrebbe immaginare: ogni input genera reazioni in più assi contemporaneamente, e la coordinazione necessaria è tutt’altra cosa rispetto all’ala fissa. Il simulatore del Museo Agusta dà un assaggio concreto di tutto questo e il risultato, per chi lo prova, è quasi sempre una rinnovata ammirazione per i piloti che quella macchina la portano davvero in volo ogni giorno.

Motorsport

E’ doveroso ricordare l’importantissima produzione motoristica di MV Agusta e gli allori iridati conquistati. La MV Agusta ha corso ufficialmente nel Motomondiale dal 1949 al 1976, vincendo tutti i suoi 75 titoli iridati (38 piloti e 37 costruttori) nell’arco temporale compreso tra il 1952 e il 1974. Ha conquistato il suo primo titolo nel 1952 con Cecil Sanford nella classe 125, mentre l’ultimo alloro iridato risale al 1974, anno in cui Phil Read si laureò campione del mondo nella classe 500 in sella alla quattro cilindri italiana. Ricordiamo la 500 di Giacomo Agostini, vittorioso nel 1966, 1967, 1968, 1969, 1970, 1971, 1972.

Agriturismo Oasi di Cassano Magnago

La giornata si è conclusa in bellezza con un pranzo sociale in agriturismo dove, tra una portata e l’altra, abbiamo vissuto lo scambio di ricordi ed esperienze tra i soci del club. Queste iniziative, che vedono una numerosa partecipazione dei soci ci ricordano l’importanza dei momenti conviviali che garantitscono la coesione tra i partecipanti più datati e la conoscenza dei nuovi iscritti.

A Day at Cascina Costa: Where Italy Learned to Fly Vertically At Cascina Costa di Samarate, along a road still named after Giovanni Agusta, a key piece of the Italian aeronautical industry survives intact: the Agusta Museum and Villa Agusta. The true value of this visit isn’t just what you see, but who tells the story. Giorgio Vismara and his fellow volunteers from the Senior Workers Group who accompanied us aren’t guides in the conventional sense: they are witnesses. They worked in those workshops, they knew the people in the photographs, they signed the documents and historical noticeboards, they remember the noise of the assembly lines. When they explain how a transmission works or why a certain technical solution was adopted, they do so with the precision of those who handled that solution with their own hands. The light in their eyes as they recount the history of “their” company is a rapidly depleting intangible heritage that the Agusta Museum is commendably striving to preserve before it is lost. Upon entry, the owners’ history is revealed in the form of vintage photographs from 1951 of the Agusta family, with Vincenzo, Giovanni, Giuseppina, Domenico, and Mario almost welcoming you. In the rooms off the central corridor, aeronautical-themed paintings and views of the Varese area unfold. When you find yourself walking through a 1935 residence that has survived the war, the postwar era, and the industrial transformations of the 20th century, still preserving its original layout, atmosphere, and character, you can’t help but imagine the protagonists of that fantastic epic of vertical flight discussing and exchanging opinions and ideas. The museum’s true treasure is scattered throughout the other rooms, where thousands of perfectly preserved documents are housed: technical drawings, photographs, films, slides, and videotapes dating back to the 1960s. A heritage that is not only corporate, but historical in the full sense of the word: here, it documents how postwar Italy, starting from scratch and without much economic support, built a helicopter industry capable of competing with the world’s largest. Ascending to the first floor, the atmosphere becomes even more intimate. Among original images and a dedication by Gabriele Dannunzio, you reach the Count Agusta memorabilia room, the photographic archive, and the film library, a collection of materials that paint a portrait of a visionary entrepreneur, Domenico Agusta, who, in an Italy still lacking infrastructure, nevertheless decided to bet on the rotary wing. The museum tour begins in the room where dozens of panels retrace the company’s key milestones: from the first experimental flight in 1907 by Giovanni Agusta, a Sicilian-born aviation pioneer, to the great leap in 1952, when Domenico Agusta signed the agreement with Bell Aircraft Corporation that would change everything. It was the first European license for the construction of the Bell 47—the legendary helicopter with the Plexiglas bubble cockpit—and from that moment on, Cascina Costa would never be the same. Just two years later, on May 22, 1954, test pilot Ottorino Lancia flew the first Agusta-Bell 47G. By 1956, one hundred aircraft had already been delivered throughout Europe. Also on display is the AB139 AC/2, the second flying prototype of the famous 139 program. Entered into service as an experimental certification aircraft, it made its first flight on June 4, 2001. But the most precious piece, the one worth the visit alone, is on display in the technology section: the A103, the only remaining example in the world of this small, single-seater helicopter, built entirely with Italian parts, including the engine. It is an extremely light object, weighing 211 kilos empty, with a bubble cabin and landing skids. It took off for the first time on September 30, 1959, once again piloted by Ottorino Lancia. In those years, Agusta was demonstrating that building helicopters under license from others wasn’t enough: they had to learn to design them themselves. The A103 never reached series production, but that wasn’t its purpose; it was a test bed, a school, the way an entire generation of Italian engineers learned to think vertically. Outside, full-scale models complete the panorama and offer the opportunity for a direct comparison between different generations of rotary-wing aircraft—a technological evolution that in just a few decades has gone from the 83 horsepower and 153 km/h of the A103 to the advanced systems of today’s production, now under the Leonardo brand. The AW149, AW109, AW109 POWER, and then the A129 Mangusta, the first combat helicopter designed and built entirely in Europe, on which the principles of flight controls can be tested live. It flew for the first time on September 11, 1983—a date that at the time had no other resonance, and which in that hangar at Cascina Costa simply meant: we did it. Anyone who enters the Agusta Museum expecting only helicopters is in for a pleasant surprise: the story of Cascina Costa cannot ignore two names that have written key pages in Italian aeronautical history. The Caproni Group’s origins date back to 1913, when Gianni Caproni built his factory on the Malpensa moors in Vizzola Ticino—just a few kilometers from here, in an area that was already becoming the beating heart of national aviation. Caproni’s industrial success began in 1915 with the famous three-engine bombers used in World War I, continuing until 1945 with the creation of no fewer than 170 different projects. This epic story is brought to life in the museum through remarkably precise scale models, wooden propellers, period films, and graphic displays that help understand the scope of an industry that, in Lombardy alone, came to operate four factories with twenty-five thousand employees. Among the memorabilia is the vertical fin of the 1928 Caproni CA 100. Alongside Caproni is SIAI Marchetti, and here too, the history is full of memorable chapters. In 1922, Alessandro Marchetti took over the technical direction of the company, transforming it into the Società Italiana Aeroplani e Idrovolanti and launching the production of first-class aircraft: first the S.51 for the Schneider Trophy, then, in 1923, the S.55, the twin-engine seaplane with the distinctive double-sided fuselage that would become famous worldwide thanks to Italo Balbo’s transatlantic flights. In 1969, Agusta acquired SIAI, transferring the assembly of medium and heavy helicopters there and relaunching aircraft production. A full circle: two different histories, two distinct spirits of Varese aviation, finally brought together under the same roof—once industrial, now museum. There’s a moment during the visit when history stops being just something to watch and becomes something to literally experience. Thanks to a simulator, you can try flying a helicopter. A helicopter isn’t piloted as you might imagine: every input generates reactions in multiple axes simultaneously, and the coordination required is entirely different from that of a fixed-wing aircraft. The Agusta Museum’s simulator offers a concrete taste of all this, and the result, for those who try it, is almost always a renewed admiration for the pilots who actually fly that machine every day. It’s fitting to remember MV Agusta’s extremely important engine production and the world championship titles it has won. MV Agusta competed officially in the MotoGP World Championship from 1949 to 1976, winning all 75 world titles (38 riders’ and 37 manufacturers’) between 1952 and 1974. It won its first title in 1952 with Cecil Sanford in the 125cc class, while its last world title came in 1974, when Phil Read became world champion in the 500cc class aboard the Italian four-cylinder. We remember Giacomo Agostini’s 500cc, victorious in 1966, 1967, 1968, 1969, 1970, 1971, and 1972. The day concluded with a lunch at a farmhouse where, between courses, the exchange of memories and experiences among club members ensured cohesion among participants and the opportunity to get to know new members.

Fonti: museoagusta.it sito ufficiale della Fondazione Museo Agusta, sezioni: Il Museo, La Villa Agusta, Gli Elicotteri Agusta, La Caproni Vizzola, La SIAI Marchetti, L’azienda dalle origini agli anni ’70               

Wikipedia voci Agusta, AgustaWestland, Agusta A103, Agusta A104                            

lia.fondazioneleonardo.com Leonardo Innovation Archives, schede tecniche                            

asimusei.it descrizione delle sale e del percorso di visita                                                

volareflyfree.com profilo biografico di Domenico Agusta Utilizzo delle fonti Fair Use: Diritto di cronaca limitato a fini didattici o scientifici.


La mitica “Gabarda” di Cameri

27 giugno 2026

(foto e testo a cura di Renato Alberio)

All’Aeroporto Militare di Cameri, tra Eurofighters e Tornado, nell’area storica espositiva c’è un piccolo aereo che sembra timidamente chiedere di non passare inosservato. E’ un Gabardini (noto anche come “Gabarda”), lo storico velivolo della scuola di volo fondata dall’ingegnere Giuseppe Gabardini proprio nei primi anni 1910. Un esemplare originale, di enorme valore storico, restaurato dall’Archivio Storico Federighi di Pisa, che viene orgogliosamente mostrato al pubblico in occasione di eventi speciali.

Il Gabardini Monoplano, conosciuto storicamente come Tipo 2, progettato nel 1912 e introdotto nel 1913 non ha mai avuto una sigla commerciale complessa. È celebre per le sue specifiche caratteristiche. Pioniere metallico: Rappresenta uno dei primissimi aerei al mondo (e il primo in assoluto in Italia) costruito con una struttura interamente in tubi d’acciaio, una scelta rivoluzionaria per un’epoca dominata dal legno. Configurazione: Si tratta di un monoplano terrestre ad ala alta (a spalle), nato come aereo da addestramento e scuola sia in versione mono che biposto. Motorizzazioni: Veniva equipaggiato principalmente con motori rotativi Gnome o Anzani con potenze variabili da 35CV (solo per uso a terra), 50CV e 80CV a seconda della fase di addestramento dei piloti. Questo specifico esemplare del 1914, dopo essere rimasto per decenni smontato in una scuderia di Villa Caproni a Venegono Superiore, è uno dei soli due esemplari originali rimasti in tutto il mondo, siglato I-AGSC, monta un motore rotativo Gnome Lambda da 80 HP. Anche il motore è un pezzo storico eccezionale, anch’esso meticolosamente restaurato. Il propulsore a 7 cilindri è stato smontato e riportato all’antico splendore grazie al lavoro specialistico dei soci del GAVS (Gruppo Amici Velivoli Storici) di Reggio Emilia.

Quella specie di slitta centrale, posizionata in mezzo alle ruote anteriori e protesa in avanti, è il pattino antiribaltamento (o pattino di sicurezza). Nell’aviazione pionieristica degli anni ‘910, questa soluzione tecnica era fondamentale per tre motivi principali: Evitare il cappottamento (o “impuntata”): I campi di volo dell’epoca (incluso quello di Cameri alle sue origini) erano semplici prati in terra battuta, spesso irregolari, fangosi o pieni di buche. In fase di atterraggio, se le ruote finivano in un avvallamento, l’aereo rischiava di sbilanciarsi in avanti. La slitta toccava il suolo prima del muso, impedendo all’aereo di ribaltarsi ed evitare che l’elica e il motore si distruggessero. Protezione per i piloti novizi: Essendo il Gabardini Monoplano un aereo scuola, gli allievi piloti commettevano spesso errori atterrando con un angolo troppo ripido. La slitta faceva letteralmente “scivolare” l’aereo sul terreno assorbendo l’impatto errato. Funzione di freno rudimentale: Gli aerei di quel periodo non avevano freni sulle ruote. In caso di necessità, il pilota poteva spingere volutamente il muso verso il basso per far strisciare la slitta sul terreno e rallentare la corsa dopo il contatto. Una scelta di restauro deliberata ed estremamente affascinante è un’ala del Gabardini, volutamente lasciata priva del rivestimento in tela per mostrare a nudo la sua complessa struttura interna. Questa configurazione “didattica” permette di osservare da vicino la straordinaria ingegneria dei primi del Novecento: I Longheroni in Acciaio: Si possono notare i due robusti tubi metallici che attraversano l’ala in lunghezza. All’epoca, l’uso dell’acciaio per la struttura portante era una rarità assoluta e un’esclusiva d’avanguardia dei progetti Gabardini, mentre quasi tutti gli altri costruttori usavano solo il legno. Le Centine in Legno: È ben visibile la fitta gabbia di centine sagomate in legno che dava il profilo aerodinamico all’ala. I Tiranti del Svergamento Alare (Wing Warping): Lasciando l’ala scoperta, l’Archivio Storico Fedrichi permette di capire visivamente come sterzava l’aereo. Il Gabardini non aveva gli alettoni mobili (inventati più tardi); per virare, i cavi d’acciaio tiravano l’estremità dell’ala, svergandola e torcendola fisicamente per cambiare la portanza.

Il sistema dei comandi si basava su tre movimenti principali gestiti dal pilota: 1. Il controllo del rollio (Inclinazione laterale) Al posto degli alettoni, il Gabardini sfruttava la flessibilità della struttura in legno delle ali per deformarle fisicamente. Muovendo la cloche (barra) a destra o a sinistra, il pilota tendeva dei lunghi cavi d’acciaio esterni collegati alle estremità delle ali. Questi cavi tiravano verso il basso il bordo d’uscita di un’ala e rilassavano quello dell’altra, modificandone la curvatura e la portanza. Questa torsione forzata costringeva l’aereo a inclinarsi nella direzione desiderata. 2. Il controllo del beccheggio (muso su / muso giù) Questo asse veniva governato in modo più simile a oggi, agendo sulla coda dell’aereo. Spingendo la cloche in avanti o tirandola indietro, il pilota azionava i tiranti metallici collegati all’equilibratore monoblocco situato sul piano orizzontale di coda. Tirando la barra il timone orizzontale si fletteva verso l’alto, spingendo la coda in basso e facendo salire il muso del velivolo. 3. Il controllo dell’imbardata (Rotazione a destra / sinistra) I cambi di direzione orizzontali erano affidati alla stabilità del timone verticale. Il pilota utilizzava una pedaliera rudimentale (spesso una semplice barra di legno fulcrata al centro, chiamata barra di direzione).  Premendo con il piede destro, la barra ruotava tirando il cavo collegato al timone di coda verticale verso destra, facendo girare il muso dell’aereo in quella direzione. Un Pilotaggio puramente muscolare Il pilotaggio era interamente reversibile e meccanico: non esisteva alcun tipo di servoassistenza idraulica o elettrica. Tutta la forza aerodinamica necessaria per piegare le ali o muovere la coda gravava direttamente sui muscoli delle braccia e delle gambe del pilota, rendendo la guida del Gabardini un esercizio fisico notevole, specialmente in presenza di forte vento.

Le origini pionieristiche (1909-1913)

Il campo di volo di Cameri nacque nel 1909 per iniziativa dell’ingegnere francese Clovis Thouvenot. Le lezioni di volo iniziarono all’inizio del 1910, ma la prima società fallì rapidamente per motivi finanziari. Nel 1913, l’ingegnere Giuseppe Gabardini rilevò l’intera area, fondando le officine di costruzione e la celebre scuola annessa. La Scuola di Volo Gabardini è stata una delle più importanti istituzioni della storia dell’aviazione, arrivando a fregiarsi del titolo di “più grande scuola d’aviazione del mondo” negli anni della Prima Guerra Mondiale. La scuola divenne famosa per l’incredibile efficienza e sicurezza, dovuta proprio all’uso del Monoplano Gabardini. La robusta struttura in metallo resisteva ai duri impatti dei piloti novizi, riducendo drasticamente gli incidenti mortali rispetto alle scuole che usavano fragili aerei in legno.

Il boom della Grande Guerra (1914-1918)

Con l’inizio della Prima Guerra Mondiale, lo Stato Maggiore ebbe un disperato bisogno di piloti. La scuola Gabardini ottenne i contratti statali per l’addestramento militare. Tra il 1914 e il 1918 la scuola formò e brevettò oltre 1.500 piloti. Mentre gli uomini abili erano al fronte, la gestione logistica della scuola a terra fu affidata alle cosiddette “benzinare”, donne del posto che rifornivano, preparavano e movimentavano i velivoli sulla pista. Allievi illustri: A Cameri si addestrarono assi dell’aria e figure storiche, tra cui i fratelli Silvio e Natale Palli (a cui oggi è intitolato l’aeroporto) e l’asso dell’aviazione Arturo Ferrarin. Nel 1915, persino Guglielmo Marconi frequentò la base per sperimentare le prime trasmissioni radio aria-terra.

Il declino e la militarizzazione

Dopo la guerra e con la morte di Giuseppe Gabardini nel 1936, le officine e il campo passarono sotto il controllo di società finanziarie (tra cui la Fiat), per poi essere assorbiti definitivamente dallo Stato. La scuola di volo civile chiusa, ma Cameri mantenne la sua vocazione addestrativa e manutentiva trasformandosi nella grande base dell’Aeronautica Militare che conosciamo oggi.

Imprese: L’impresa più leggendaria legata a questo aereo e alla scuola di Cameri è la prima trasvolata delle Alpi con un passeggero a bordo, compiuta il 27 luglio 1914.Ai comandi del Gabardini Monoplano con motore Le Rhône da 80 cavalli, c’era il ventiquattrenne Achille Landini, capo istruttore della scuola di Cameri. Insieme a lui, sul sedile del passeggero, sedeva il professor Giuseppe “Pinin” Lampugnani, un letterato e alpinista novarese. L’impresa fu straordinaria ed epica per diversi dettagli. Landini decollò dai prati di Cameri e spinse il piccolo monoplano in duraliccio e tela fino a un’altitudine folle per l’epoca, circa 4.500 metri, riuscendo a sorvolare l’imponente massiccio del Monte Rosa. I due volavano in un abitacolo completamente aperto, senza parabrezza, esposti a temperature polari e con pochissimo ossigeno, sfidando le imprevedibili e violente correnti d’aria delle vette alpine. Dopo un volo di 140 chilometri durato circa 3 ore e mezza, Landini riuscì a fare scendere l’aereo planando tra le montagne e toccò terra felicemente a Visp (Viège), nel Canton Vallese in Svizzera. Fino a quel giorno, valicare le Alpi era considerata un’impresa solitaria al limite del suicidio, Landini e Lampugnani dimostrarono che il Gabardini poteva trasportare in sicurezza ben due persone oltre la catena montuosa più alta d’Europa.

At Cameri Military Airport, among the Eurofighters and Tornados, in the historic exhibition area, there’s a small plane that seems timidly begging not to go unnoticed. It’s a Gabardini (also known as the “Gabarda”), the historic aircraft of the flight school founded by engineer Giuseppe Gabardini in the early 1910s. This original aircraft, of enormous historical value, has been restored by the Federighi Historical Archives of Pisa and is displayed at special events. The Gabardini Monoplane, historically known as the Type 2, designed in 1912 and introduced in 1913, never had a complex commercial designation. It is famous for its specific characteristics. Metal pioneer: It was one of the very first aircraft in the world (and the first ever in Italy) built with an entirely steel tube structure, a revolutionary choice for an era dominated by wood. Configuration: It is a high-wing (shoulder-mounted) land monoplane, designed as a training and training aircraft in both single- and two-seater versions. Engines: It was primarily equipped with Gnome or Anzani rotary engines with power ratings ranging from 35 hp (for ground use only), 50 hp, and 80 hp depending on the pilots’ training stage. This specific 1914 model, after having been disassembled for decades in a stable at Villa Caproni in Venegono Superiore, is one of only two original examples remaining in the world. Registered I-AGSC, it is powered by an 80 HP Gnome Lambda rotary engine. The engine is also an exceptional historic piece, meticulously restored. The 7-cylinder engine was disassembled and restored to its former glory thanks to the expert work of members of the GAVS (Gruppo Amici Velivoli Storici) of Reggio Emilia. The most legendary feat associated with this aircraft and the Cameri school is the first passenger-assisted flight across the Alps, accomplished on July 27, 1914. At the controls of the Gabardini Monoplane with an 80-horsepower Le Rhône engine was twenty-four-year-old Achille Landini, chief instructor at the Cameri school. Sitting alongside him in the passenger seat was Professor Giuseppe “Pinin” Lampugnani, a scholar and mountaineer from Novara. The feat was extraordinary and epic in several details. Landini took off from the meadows of Cameri and pushed the small duraliccio and canvas monoplane to an altitude insane for the time, approximately 4,500 meters, successfully overflying the imposing Monte Rosa massif. The two flew in a completely open cockpit, without a windshield, exposed to freezing temperatures and with very little oxygen, braving the unpredictable and violent air currents of the Alpine peaks. After a 140-kilometer flight lasting approximately three and a half hours, Landini managed to glide the plane down through the mountains and landed safely in Visp (Viège), in the canton of Valais, Switzerland. Until that day, crossing the Alps had been considered a solo undertaking bordering on suicide. By demonstrating that the Gabardini could safely carry two people over the highest mountain range in Europe, Landini and Lampugnani effectively paved the way for the future of passenger air travel.

Fonti: Archivio Storico Federighi proprietaria del velivolo Gabardini Monoplano “Scuola” (1914) attualmente esposto a Cameri. Da questa fonte derivano le informazioni sul restauro conservativo svolto anche insieme ai soci GAVS, sul motore rotativo Gnome e sulla storia del ritrovamento dell’esemplare a Villa Caproni. Circolo del 53: Associazione legata all’Aeroporto di Cameri che ha documentato ufficialmente il rientro della “Gabarda” all’interno della base aerea per mostre istituzionali. Archivi Storici Locali e di Settore, Associazione Cameri Tri Ricordi: Portale di memoria storica locale dal quale sono stati tratti i dettagli sull’evoluzione del campo d’aviazione dal 1909, sulle officine meccaniche Giuseppe Gabardini e sulla presenza di Guglielmo Marconi per i test radiofonici aria-terra-aria del 1915 con piloti della scuola. Utilizzo delle fonti Fair Use: Diritto di cronaca limitato a fini didattici o scientifici.


Nato Tiger Meet Araxos 2026

18 giugno 2026

(Foto e testo by Angelo Bottazzi)

E’ arrivata la primavera, le giornate si sono allungate e la mancanza di aerei si fa sentire.

La passione, assopita nella lunga parentesi invernale che, complice la situazione internazionale molto bellicosa ed instabile, è stata totalmente priva di eventi interessanti, ora ritorna prepotente, e insieme a lei il desiderio di un clima tiepido e rilassante. E allora perché non passare qualche giorno in Grecia?

In Italia le perturbazioni si susseguono a ritmi incalzanti e sognare delle belle giornate di sole fa bene alla salute. Finalmente, quando non ci si sperava più, ad una ventina di giorni dall’inizio dell’evento, sul sito del Tiger Meet appaiono, quasi contemporanealmente, l’elenco dei partecipanti e le modalità di iscrizione allo spotter day, con in più il bonus di un mini airshow previsto per la domenica mattina.

Ci iscriviamo al volo e organizziamo una trasferta quasi last minute, dati i tempi molto stretti.  Quest’anno il Tiger è organizzato dalla Polemiki Aeroporia sulla base di Araxos, situata sulla punta estrema nord ovest del Peloponneso; la base ospita il 335 Mira basato sugli F16.

Il nostro viaggio è programmato per riprendere solamente lo spotter day del venerdì ed il mini airshow della domenica mattina, occasione in cui sarà possibile vedere da vicino anche gli aerei special nella statica che verrà allestita per l’occasione.

Non è altro che la ripetizione di quanto organizzato nel 2002, quando il Tiger si tenne qui per la prima volta in Grecia. Restare qualche giorno in più per riprendere le missioni da fuori, come è nostra abitudine, è troppo pericoloso perché, date le secolari tensioni tra Grecia e Turchia, farsi vedere intorno alle basi aeree suscita sospetto nella popolazione, che lavora ed abita intorno alla base, e spesso viene avvisata la polizia con le problematiche che ne conseguono.

L’altra volta ci era andata bene, ma preferiamo non tentare la sorte anche questa volta. È sicuramente un Tiger Meet un po’ sottotono, anche se a dire il vero quasi mai i reparti partecipanti sono al completo, però stavolta ci sono defezioni importanti: mancano totalmente i francesi, sia con la componente terrestre che con quella navale, gli olandesi, che dopo il passaggio all’F35 latitano, gli austriaci, gli Efa tedeschi, i portoghesi, i turchi, che mai metterebbero piede sul suolo greco ed infine i cechi.  

Dimezzata anche la partecipazione dei reparti ad ala rotante, mancano infatti all’appello sia i francesi che gli inglesi.

Deludente è stata anche l’aspetto colorato del Tiger di quest’anno, infatti di aerei totalmente Tiger c’era il nostro Efa del 12° gruppo,

Il Tornado tedesco desertico, già visto a Beja l’anno precedente,

Il Gripen ungherese tigrato a due toni di grigio e l’Efa tedesco presente per l’airshow, tutti gli altri si sono limitati a dipingere le code, i serbatoi supplementari o altri particolari degli aerei.

Del tutto inaspettata la partecipazione alle missioni di due T345A del 214° gruppo di Galatina, uno dei quali colorato in modo molto accattivante: per metà a strisce rosse e nere e con un a testa di felino ruggente sul timone.

Questo l’elenco completo dei partecipanti:

Reparti Tiger  
Elleniki Aeroporia 335 MiraAraxos ABF-16C/D Fighting Falcon
Belgian Air Force  31 SmdKleine Brogel ABF-16A/B MLU
Ami 21° GruppoGrazzanise ABHH.101 Caesar
Swiss Air Force Staffel 11Meiringen ABF/A-18C/D Hornet
Luftwaffe TaktLwG 51Schleswig ABTornado IDS & ECR
Czech Air Force  221 VrLNáměšť ABUH-1Y Venom
Ami 21° Gruppo 12° GruppoGioia Del Colle ABEF-2000 Eurofighter
Ejército del Aire ALA 15BA ZaragozaEF-18+ Hornet
Magyar Légierő 101/1 SqnKecskemét ABJAS-39C/D Gripen
Polish Air Force  6 ELTPoznań ABF-16C/D Fighting Falcon
Partecipanti esterni 
Ami 214° GruppoLecce GalatinaLeonardo T-345A
GFDHohn ABLearjet
Ejército del Aire ALA 31BA ZaragozaAirbus A400M Atlas (T.23)
                        Solo in airshow 
Luftwaffe TaktLwG 74Neuburg ABEF-2000 Eurofighter
Elleniki Aeroporia 338 MDVAndravida ABF-4E Phantom II
Elleniki Aeroporia Demo TeamKalamata ABT6A Texan II Daedalus
Elleniki Aeroporia Team ZeusSouda AbF-16C Fighting Falcon

Partiamo speranzosi ma le nostre aspettative saranno gelate, nel vero senso della parola, da un clima per niente mediterraneo e molto anglosassone, con nuvole basse, vento, cielo grigio o bianco latte, qualche accenno di pioggia. Sarà così per entrambi i giorni della nostra permanenza dentro la base, unica eccezione il sabato durante il quale però non vola nulla.  Il meteo non si può combattere, ci si può solo adattare, evidentemente il clima è cambiato anche qui e ne prendiamo atto, faremo quello che è possibile fare date queste condizioni.

Il venerdì all’orario stabilito, fatte le registrazioni, veniamo accompagnati in pullman nell’area predisposta per gli spotters. Rispetto al 2022 siamo posizionati più verso la testata pista 36, a un po’ meno di metà pista, posizione buona per riprendere i decolli nel punto di stacco, mentre la distanza dall’asse della pista è parecchio più elevata; in effetti l’altra volta eravamo troppo vicino, per cui la posizione è soddisfacente, a lato anche a uno dei punti di rullaggio.

Pista in uso 36, partono quattro F16 greci, dopodiché il vento gira quasi di 180 gradi e costringe ad usare la pista 18.

Questo significa che con quasi due terzi di pista a disposizione quando saranno a tiro gli aerei saranno già molto alti e riprenderli da sotto con il cielo grigio non è proprio il massimo, ma che ci possiamo fare? Così è. Tutta la prima missione funzionerà così.

Nell’intervallo di pranzo visitiamo i banchetti dei vari reparti, ognuno dei quali ha una tenda dedicata, anche quelli presenti solo in qualità di osservatori, e cominciamo a respirare un po’ di sano spirito Tiger.

Il pomeriggio il meteo ha una piccola parentesi di schiarite ed il vento è quello giusto, tanto da permetterci di riprendere i decolli di una parte degli aerei dalla parte favorevole e con luce migliore, poi tutto torna come prima e così si chiuderà la giornata. Sabato di intervallo soleggiato, poi la domenica mattina si ritorna in base.

La maggior parte del pubblico è composto dagli spotters che erano presenti anche il venerdì, non c’è ressa, e l’atmosfera è abbastanza rilassata, niente delirio da airshow per fortuna, del resto con le display che sono previste non c’è proprio da impazzire. Il meteo non è molto cambiato, riusciamo a ritrarre tutta la statica con un sole che va e viene, scambiare quattro chiacchiere con gli equipaggi, comperare magliette e patches, poi il cielo ritorna color latte proprio quando inizia l’airshow.

La prima esibizione è quella dell’Efa del TaktLwG 74 Molders della Luftwaffe, dipinto di scuro con le ali tutte tigrate, lo stesso si esibirà per la seconda volta in chiusura di airshow.

È poi la volta del T6 Daedalus greco che delizia il pubblico con passaggi radenti a bassa quota e uso abbondante di fumogeni.

A seguire, al posto del previsto F18 spagnolo,

una gradita sorpresa, un vecchio Phantom II proveniente dalla vicina Andravida si esibisce in una display tiratissima, anche considerando l’età e le caratteristiche del velivolo; sicuramente il  momento più alto dell’airshow a livello emotivo.

Si esibisce poi lo JAS 39 Gripen ungherese

e poco dopo il padrone di casa, lo F16 Zeus greco.

Chiude l’airshow la seconda display dell’Efa Molders, mentre il cielo è ripiombato nel grigio assoluto e, dopo avere curiosato ancora un po’ tra le bancarelle, usciamo dalla base.

Sembrerebbe tutto finito dato che è domenica e non dovrebbe volare più nulla, ma non andrà così. Quando si ha a che fare con i militari bisogna sempre tenere le orecchie aperte per interpretare gli avvenimenti nel modo previsto. Veniamo a sapere che alle 17.30 è schedulata la partenza di tutti gli special color per comporre un pattuglione che farà un sorvolo sopra il Partenone ad Atene. Ci crediamo ed attendiamo sorbendo birra gelata in un bar poco discosto dalla base. All’ora prevista partono quattro elicotteri, da li capiamo che effettivamente qualcosa bolle in pentola.

Dopo poco cominciano in sequenza i decolli, che non possiamo riprendere da fuori per i motivi sopra esposti. In totale partiranno 11 aerei, gli special più quelli incaricati di effettuare le riprese. A questo punto capiamo di avere una buona chance di riprendere gli special al ritorno in atterraggio, conosciamo bene i dintorni della base ed ogni stradina, sappiamo dove posizionarci senza correre rischi. Nascondiamo l’auto al riparo di una serra, di cui è circondata la base, per la coltivazione di fragole ed ortaggi fuori stagione, di li a poco arriveranno altri quattro fotografi stranieri. Attendiamo con pazienza e verso le diciotto e venti arriva il pattuglione e fa un sorvolo sopra il cielo campo, poi sparisce, probabilmente per un altro sorvolo sopra il ponte di Patrasso.

Alla fine arrivano ed atterrano in sequenza, il cielo è quello che è, ma almeno abbiamo aggiunto un tassello al reportage.

Neanche a dirlo, pochi minuti dopo l’ultimo atterraggio, sbuca il sole al tramonto da una spessa cappa di nubi bianche, lo consideriamo di buon auspicio per i nostri prossimi viaggi aeronautici. Il Silver Tiger Trophy, il trofeo che premia chi ha raggiunto il punteggio più alto nella somma dei punti accumulati durante tutte le missioni volate, lo hanno vinto i ragazzi del 12° gruppo di Gioia del Colle, oltre al Best Tiger Aircraft per la migliore colorazione speciale, e saranno loro ad ospitare il prossimo Tiger Meet nel settembre del 2027 a Gioia del Colle, per cui prepariamoci perché sarà un Tiger memorabile come lo fu quello del 2023.

Spring has arrived, bringing renewed passion and a longing for warmth after a long, uneventful winter. With the desire for adventure, a trip to Greece for the Tiger Meet event was quickly planned. Although attendance was lower than expected, with notable absences among various air forces, hope remained for an enjoyable experience. The weather, however, was less than cooperative, providing a gray and uninviting backdrop. Despite this, a mini airshow showcased impressive performances, creating memorable moments. As the event concluded, a beautiful sunset served as a symbol of hope for future air travel adventures, reminding all of the thrill aviation brings.


8 Club Magiche Frecce: Cultura Aeronautica in Mostra a Lurate Caccivio

13 giugno 2026

(Foto e testo a cura di Giovanni Carletti)

Anche quest’anno il Festival della Città di Lurate Caccivio ha rappresentato un’importante occasione di incontro tra cittadini, associazioni e realtà del territorio. La manifestazione ha offerto alle numerose associazioni partecipanti la possibilità di allestire uno stand dedicato alla presentazione delle proprie attività, permettendo al pubblico di conoscere da vicino il valore e l’impegno che ogni realtà mette quotidianamente a disposizione della comunità.

Tra i protagonisti dell’evento c’era anche 8 Club Magiche Frecce, presente con uno stand di dimensioni eccezionali, pensato per offrire ai visitatori un’esperienza coinvolgente e ricca di contenuti. Oltre all’esposizione della nostra collezione di quadri fotografici, modellini e materiale storico che raccontano l’affascinante storia delle pattuglie acrobatiche italiane, abbiamo avuto il piacere di presentare una vera attrazione speciale: un simulatore di volo unico nel suo genere.

La special guest dello stand è stata infatti la parte anteriore di un MB-339 PAN, completa di seggiolino eiettabile e sistema di realtà virtuale (VR), che ha permesso ai visitatori di vivere un’esperienza immersiva estremamente realistica.

Questa piacevole sorpresa ci e’ stata fatta dagli Amici di Volandia che hanno fornito il materiale e presidiato con due bravissimi volontari! Ulteriore sorpresa e’ stato l’arrivo allo stand della sig.ra Rossella Boscolo Presidente dell Associazione Volontari di Volandia e del marito, il Com.te Angelo Boscolo, ex pilota solista della Pattuglia Acrobatica Nazionale sul G91, che e’ stato subito preso d’assalto con tantissime domande e curiosita’ raccontate 🙂

Seduti all’interno dell’abitacolo e indossando il visore VR, grandi e piccoli hanno potuto provare l’emozione del volo come veri piloti.

La giornata di sabato è stata particolarmente intensa e ricca di soddisfazioni. Tantissimi bambini, ragazzi e adulti si sono fermati presso il nostro stand, incuriositi dal simulatore e desiderosi di approfondire il mondo dell’aviazione. È stata un’occasione preziosa per condividere conoscenze e passione, spiegando ai più giovani alcuni concetti fondamentali del volo.

Tra gli argomenti più apprezzati ci sono stati i cosiddetti “six-pack”, ovvero il gruppo dei sei strumenti principali presenti sugli aeroplani tradizionali. Abbiamo illustrato il funzionamento dell’altimetro, che indica la quota di volo; dell’anemometro, che misura la velocità; dell’orizzonte artificiale, fondamentale per mantenere l’assetto corretto; della bussola giroscopica per l’orientamento; del variometro, che segnala salita e discesa; e dell’indicatore di virata e coordinazione.

Particolare interesse ha suscitato anche la spiegazione della strumentazione del Cessna 172, uno degli aerei da addestramento più diffusi al mondo. I visitatori hanno potuto scoprire come il pilota controlla costantemente i parametri del motore, il livello del carburante, la temperatura dell’olio e gli strumenti di navigazione, comprendendo quanto sia importante interpretare correttamente tutte le informazioni disponibili per condurre un volo in sicurezza.

Durante tutta la manifestazione, numerosi cittadini si sono avvicinati al nostro spazio espositivo, facendo domande, condividendo ricordi legati al mondo aeronautico e mostrando grande interesse per le attività del club. È stato estremamente gratificante vedere tanta curiosità e partecipazione da parte del pubblico.

Desideriamo rivolgere un sentito ringraziamento alla Pro Loco di Lurate Caccivio per l’eccellente organizzazione dell’evento e per l’opportunità offerta alle associazioni del territorio di farsi conoscere e valorizzare.

Un grazie speciale va inoltre al Consiglio del Club e a tutti i Soci che, con il loro impegno, la loro disponibilità e il loro entusiasmo, hanno contribuito alla riuscita della manifestazione, supportando l’allestimento dello stand, accogliendo i visitatori e partecipando attivamente durante tutte le giornate dell’evento.

Il successo ottenuto e l’interesse dimostrato dal pubblico ci motivano a continuare nel nostro lavoro di divulgazione e promozione della cultura aeronautica.

Arrivederci al prossimo anno! ✈️🇮🇹


Da 35 anni voliamo alti sulla scia di una passione senza tempo, custodendo nel cuore quel tricolore che il Comandante Moretti, con la sua firma, ha impresso per sempre nella storia del nostro Club.

11 giugno 2026

(foto e testo a cura di Renato Alberio)

Ci sono uomini il cui destino si intreccia in modo indissolubile con la storia del nostro Paese. Per gli appassionati del volo e per i soci del nostro Club, il nome del Colonnello Alberto Moretti evoca immediatamente 35 anni di immutata passione da quando, il 28 aprile 1991, firmava l’attestato ufficiale che sanciva la nascita del 8° Club “Magiche Frecce”.

Originario di Casagiove (Caserta), ma friulano d’adozione, Alberto Moretti è stato l’uomo giusto al momento giusto. Pilota militare d’eccezione, entra a far parte delle Frecce Tricolori nel 1981, vivendo da protagonista l’evoluzione della Pattuglia Acrobatica Nazionale (PAN) a bordo dell’allora nuovissimo velivolo MB-339PAN

La prova più difficile: la rinascita dopo Ramstein. All’indomani della tragedia di Ramstein del 1988, Alberto Moretti viene chiamato a una responsabilità enorme: guidare la ricostruzione morale e tecnica dei piloti in volo assumendo il ruolo di Capoformazione (“Pony 1”). Con una leadership ferma, fondata sul rigore e sulla sicurezza, Moretti riporta la formazione in cielo. Nel 1991, completata la rinascita acrobatica, assume ufficialmente la guida a terra dell’intero reparto come Comandante del 313° Gruppo Addestramento Acrobatico (“Pony 0”). Sotto il suo comando, le Frecce Tricolori non solo tornano a solcare i cieli, ma ritrovano quell’abbraccio con il pubblico che rischiava di andare perduto, dimostrando al mondo la resilienza e l’eccellenza dell’Aeronautica Militare

Per aumentare l’impatto visivo ed emotivo della chiusura, Moretti ebbe l’intuizione di far presentare i velivoli disposti ad “alona” ma angolati direttamente davanti al pubblico, per poi effettuare una salita in virata e allontanarsi. Questa manovra permette ai fumi bianchi, rossi e verdi di distendersi in modo persistente nel cielo, creando quello che tutti conoscono come “il tricolore più lungo del mondo”. La manovra fu presentata per la prima volta il 17 settembre 1989 a Porto Santo Stefano (Monte Argentario), riscuotendo un successo clamoroso. Oltre a questa specifica evoluzione geometrica, l’opera di Moretti non si è limitata a inventare singole acrobazie, ma ha ridefinito il concetto stesso di esibizione ideando i “Display sull’acqua”. Ha infatti ridisegnato i parametri di sicurezza e le traiettorie dell’intero programma per permettere ai 10 jet MB-339PAN di esibirsi fuori dagli aeroporti militari, portando le figure tradizionali a specchiarsi in totale sicurezza su laghi e mari.

Il culmine della rinascita guidata dal Comandante Moretti arrivò nell’estate del 1992. Al comando delle Frecce Tricolori, Moretti guidò lo storico tour in Nord America per i 500 anni della scoperta dell’America. Un’impresa epica fin dal volo di trasferimento, che vide i piccoli jet italiani attraversare l’Oceano Atlantico passando per i ghiacci dell’Islanda e della Groenlandia. Il sorvolo tricolore della Statua della Libertà a New York e l’intuizione di Moretti di accompagnare i fumi acrobatici con la voce di Luciano Pavarotti sancirono il definitivo trionfo mondiale della pattuglia, commuovendo milioni di spettatori e regalando all’Italia un orgoglio senza confini

Dopo aver lasciato il comando della PAN, Moretti non ha mai smesso di dedicarsi alla sua più grande passione. Ha continuato a lavorare come consulente aeronautico per l’organizzazione di grandi manifestazioni aeree, è diventato giornalista pubblicista, continuando a raccontare la bellezza del volo con la semplicità dei grandi divulgatori.

Oggi, a 35 anni dalla nascita del nostro Club, ricordare la figura del Comandante Alberto Moretti significa celebrare non solo un pilota straordinario, ma l’uomo che ha saputo guidare le Frecce Tricolori fuori dalla tempesta, consegnandoci la leggenda che ancora oggi custodiamo ed ammiriamo.

For 35 years, we have been flying high in the wake of a timeless passion, cherishing in our hearts the tricolor that Commander Moretti, with his signature, forever imprinted in the history of our Club.

There are men whose fates are inextricably intertwined with the history of our Country. For flight enthusiasts and members of our Club, the name of Colonel Alberto Moretti immediately evokes 35 years of unwavering passion since April 28, 1991, when he signed the official certificate that marked the birth of the 8th “Magiche Frecce” Club. Originally from Casagiove (Caserta), but Friulian by adoption, Alberto Moretti was the right man at the right time. An exceptional military pilot, he joined the Frecce Tricolori in 1981, leading the evolution of the National Aerobatic Team (Pattuglia Acrobatica Nazionale – PAN) aboard the then-brand new MB-339PAN aircraft. In the aftermath of the Ramstein tragedy in 1988, Alberto Moretti was called upon to take on an enormous responsibility: leading the pilots’ morale and technical recovery in the air, assuming the role of Formation Leader (“Pony 1”). With firm leadership, grounded in rigor and safety, Moretti led the formation back into the skies. In 1991, having completed the aerobatic revival, he officially assumed ground leadership of the entire unit as Commander of the 313th Aerobatic Training Group (“Pony 0”). Under his command, the Frecce Tricolori not only returned to the skies, but also rediscovered the bond with the public that had risked being lost, demonstrating to the world the resilience and excellence of the Italian Air Force. To heighten the visual and emotional impact of the closing ceremony, Moretti had the idea of ​​having the aircraft appear in a “halo” formation, angled directly in front of the audience, before climbing and turning away. This maneuver allows the white, red, and green smoke to stretch persistently across the sky, creating what is known as “the longest Italian flag in the world.”. The culmination of the rebirth led by Commander Moretti came in the summer of 1992. As commander of the Frecce Tricolori, Moretti led the historic North American tour to commemorate the 500th anniversary of the discovery of America. An epic feat, beginning with the transfer flight, which saw the small Italian jets cross the Atlantic Ocean via the ice of Iceland and Greenland. The Italian-flagged flyby of the Statue of Liberty in New York and Moretti’s vision of accompanying the acrobatic smoke displays with the voice of Luciano Pavarotti sealed the team’s definitive

Fonti: Aeronautica Militare Italiana, Rivista Aeronautica, Brochure Stagionali PAN, Prima Aviation, 8’Club Magiche Frecce Tricolori. Utilizzo delle fonti Fair Use: Diritto di cronaca limitato a fini didattici o scientifici


A.M. Linate Open Day, Milano

29 Maggio 2026

(Foto e testo a cura di Massimo Vigo)

L’Open Day del Comando Aeroporto di Milano-Linate per l’anno 2026 si è appena svolto nelle giornate di venerdì 15 e sabato 16 maggio 2026.

L’evento è stato organizzato dall’Aeronautica Militare per celebrare i 101 anni dall’insediamento del primo Comando aeronautico nella città di Milano.

Lo spotter day organizzato dal Comando Squadra Aerea – Prima Regione Aerea per 14 maggio ha permesso di fotografare gli aerei che, con qualche difficoltà dovuta al maltempo sopra il Nord Italia, erano previsti in arrivo dalle altre basi per la mostra statica.

Il primo velivolo è stato l’F2000A Typhoon del 18° gruppo del 37° Stormo da Trapani-Birgi.

Il pilota del 18° Gruppo è stato accolto dal Comandante del Comando Aeroporto / QG di Milano-Linate, il Colonnello Fabio Saccotelli

E’ stato poi il turno di un HH139B del 15° stormo di Cervia, all’inizio del temporale che ha ritardato l’arrivo di tutti gli altri velivoli previsti.

Nella Sezione Autotrasporti Linate è stata allestita una mostra statica di veicoli storici dell’Aeronautica Militare, tra i quali:

Moto Guzzi Nevada 350 con motore bicilindrico a V da 346 cc., prodotto tra la metà degli anni ’90 e i primi anni 2000.

Fiat Campagnola

La mostra statica dei velivoli è stata completata con:

P-72A, sviluppato partendo dalla piattaforma civile dell’ATR 72-600 ed equipaggiato con tecnologie avanzate per la sorveglianza; i ruoli operativi sono il pattugliamento marittimo, la lotta al narcotraffico/pirateria/contrabbando e il monitoraggio ecologico.

Questo esemplare appartiene al 41 storno di base a Sigonella

Piaggio P180 Avanti della Scuola Addestramento Trasporti Aerei SATA di Pratica di Mare

M346 del 61° stormo di Galatina (Lecce)

Tornado ECR del 155° Gruppo del 6° Stormo di Ghedi

The Milan Linate Airport Command’s Open Day for 2026 just took place on Friday, May 15th and Saturday, May 16th, 2026.

The event was organized by the Italian Air Force to celebrate the 101st anniversary of the establishment of the first Air Force Command in the city of Milan.

The spotter day, organized by the Air Squadron Command – First Air Region for May 14th, provided an opportunity to photograph the aircraft that, despite some difficulties due to bad weather over Northern Italy, were scheduled to arrive from other bases for the static display.

The military statics included F2000A, Tornado ECR, M346, P72A, P180, HH139B